I riti degli scrittori famosi

Salve Scribacchini, oggi parliamo di riti e scrittura.
Come nascono i capolavori che leggiamo e amiamo?
Ogni scrittore ha il suo modo di esorcizzare la paura del foglio bianco, il confine tra abitudine e superstizione finisce ben presto però per diventare labile.



Il celebre Truman Capote, si definiva un autore “orizzontale” diceva «Non riesco a pensare se non sto sdraiato, sul letto oppure allungato su una divano e con una sigaretta o un caffè in mano. Devo sbuffare e sorseggiare. Non uso una macchina da scrivere. Non all'inizio. Scrivo la mia prima versione a mano Poi faccio una completa revisione, sempre scrivendo a mano.
Essenzialmente penso di essere uno stilista, e gli stilisti notoriamente sono facili a ossessionarsi per la posizione di una virgola o per il peso di un punto e virgola. Ossessioni di questo tipo, e il tempo che perdo a coltivarle, mi irritano oltre la sopportazione».

Il giapponese Murakami invece segue un rigido schema «Quando sono impegnato con un romanzo mi alzo alle quattro di mattina e scrivo per cinque o sei ore. Nel pomeriggio faccio 10 km di corsa o 1.500 metri a nuoto, dunque leggo e ascolto un po' di musica. Seguo questa routine ogni giorno senza variazioni. La ripetizione in quanto tale diventa la cosa importante; è una sorta di ipnosi. Mi auto-ipnotizzo per raggiungere uno stato mentale più profondo».

Anche Hemingway era molto metodico «Quando lavoro su un libro o una storia scrivo ogni mattina appena fa luce. Scrivo sin quando ancora ho forze e arrivo a un punto che so che cosa accadrà dopo, quindi mi fermo e cerco di vivere sino al giorno dopo, quando ricomincerò. Diciamo che magari comincio alle sei e tiro avanti sino a mezzogiorno, più o meno. Quando mi fermo devo essere svuotato ma contemporaneamente soddisfatto, come dopo aver fatto l'amore con la persona amata. A quel punto, niente ti può toccare, niente ha significato eccetto la giornata seguente quando ricomincerai a scrivere».

Isabel Allende invece si lascia guidare dagli spiriti mentre scrive i suoi romanzi, che inizia rigorosamente solo l’8 gennaio «Ogni 8 gennaio, quando comincio un nuovo libro, celebro una breve cerimonia per richiamare spiriti e muse, poi appoggio le dita sulla tastiera e lascio che la prima frase si scriva da sola, esattamente come accadde la prima volta».

Simenon aveva un modo molto particolare per scegliere i nomi dei personaggi dei suoi libri, sceglieva trenta nomi a caso da un elenco telefonico, poi, impugnando una sfera d’oro massiccio che si trovava sulla sua scrivania, camminava avanti e indietro per lo studio, scandendo bene ogni nome della lista, se il nome non gli trasmetteva nessuna sensazione lo depennava dall’elenco, sino ad arrivare ad avere dodici nomi: quelli erano i protagonisti della sua storia.

Jack Kerouac era molto superstizioso, diceva «Avevo un rituale, un tempo: accendere una candela e scrivere alla sua luce, e spegnerla al momento di andare a dormire. E mi inginocchiavo e pregavo prima di iniziare. La mia superstizione? Sto cominciando a sospettare che sia la luna piena. E poi, sono ossessionato dal numero nove, anche se essendo un Pesci il numero dovrebbe essere il sette. Per esempio, cerco di fare nove "tocchi" al giorno stando in bagno sulla testa e toccando il pavimento nove volte con le dita dei piedi».

C’erano poi scrittori come Émile Zola che preferiva scrivere con la luce artificiale, oscurando la stanza anche di giorno; John Keats che prima di iniziare a scrivere si lavava simbolicamente le mani, con qualsiasi liquido aveva a disposizione, persino il caffè.
Marcel Proust scriveva sempre a letto in una camera rivestita interamente di sughero, mentre Dumas père usava fogli di colore diverso a seconda  del genere,  le poesie su fogli gialli, i saggi sui fogli rosa e la narrativa su fogli azzurri.

Di Gabriele D’Annunzio si dice, anche se probabilmente è una leggenda inventata da lui stesso, che cominciò a scrivere Le stirpi canore, poesia inclusa in Alcyone, su una giarrettiera d'una prostituta analfabeta.

Saranno questi riti ad averli trasformati in scrittori immortali? 
O forse, come diceva Victor Hugo, dipende dal fatto che «I veri grandi scrittori sono quelli il cui pensiero occupa tutti gli angoli e le pieghe del loro stile».

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