Giovanni Del Ponte

Salve Scribacchini, è un vero piacere per me presentarvi il nostro ospite speciale, abbiamo infatti l'onore di avere con noi lo scrittore Giovanni Del Ponte, autore della saga Gli Invisibili (De Agostini) che ci parlerà della sua attività di scrittore e darà dei preziosi consigli a noi scrittori esordienti. Noi abbiamo letto e recensito il suo ultimo libro "La ragazza fantasma".



Ciao Giovanni, ti va di presentarti ai lettori di Scribacchini per Passione?

Ciao Valentina. Sono appassionato di fumetti e di cinema fin da piccolissimo, da bambino infatti non volevo andare all'asilo per non perdermi i cartoni animati di Braccio di Ferro in tivù e mi piaceva molto invece stare con la mia tata Giova, che mi raccontava i paurosissimi ed emozionantissimi film dell'orrore che aveva appena visto al cinema. Amavo anche stare a Castelnuovo Belbo, in provincia di Asti, con la mia nonna paterna Pierina; il venerdì mattina mi portava con la corriera al mercato di Nizza Monferrato, dove potevo spulciare fino allo sfinimento nelle bancarelle di fumetti usati!
A scuola non andavo molto bene, perché avevo sempre la testa fra le nuvole, ed ero timidissimo anche con i miei compagni. Dai 14 ai 30 anni mi sono cimentato nella regia cinematografica per il cinema indipendente realizzando vari corto e mediometraggi, tra i quali Futuro Remoto, commedia fantascientifica in omaggio al disney italiano Romano Scarpa e alle sue storie di Topolino. Scrivo soprattutto per suscitare nel lettore le intense emozioni che io stesso ho provato quando ero ragazzo per certi film, fumetti o libri.

Prima ancora che scrittore sei stato regista di corti indipendenti, secondo te come e quanto questo ha influenzato il tuo modo di scrivere?

In effetti molti lettori mi dicono che, leggendo un mio libro, hanno l’impressione di vedere un film. Ancora oggi non mi è del tutto chiaro se per uno scrittore sia un bene o un male… Probabilmente dipende dal fatto che io stesso immagino le scene come se assistessi a un film e cerco di trascriverle il più precisamente possibile, con poche parole e pochissime descrizioni. Ce la metto tutta per fare in modo che in ogni momento il lettore possa visualizzare l’ambientazione e le espressioni dei personaggi, condizioni indispensabili per non “perdersi” e mantenere il coinvolgimento emotivo. Inoltre, soprattutto per i primi libri, costruivo una scaletta dell’intera vicenda (tre o quattro righe per ogni capitolo), proprio come prima di lavorare alla sceneggiatura dei miei corti.

Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore?

Accadde tutto per caso, intorno ai trent’anni. 
Un giorno la mia fidanzata Giovanna e io ereditammo una soffitta da mia nonna e vi andammo ad abitare. Il primo Natale che trascorrevamo insieme desideravo farle un regalo che non avrebbe potuto farle nessun altro… Una cosa fabbricata da me. Però non sapevo costruire o dipingere o suonare o cucinare. Pensai perciò di provare a scriverle un racconto di un folletto proteggicase, che vegliava su una giovane coppia che viveva in una soffitta. La storia le piacque tantissimo e, più che fare un regalo a lei, lo feci a me: avevo scoperto nella scrittura il mezzo espressivo che mi era più congeniale! [per i curiosi: si può leggere una delle storie del folletto nella sezione “Racconti” del mio sito]

Com'è nata la saga degli Invisibili?

Come lettore ho amato molto Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury e It di Stephen King, tutte storie di formazione, cioè di ragazzi che si trovano ad affrontare il passaggio dall’infanzia all’età adulta, uno dei periodi della vita per me più affascinanti. Ero alla disperata ricerca di qualcos’altro che reggesse il confronto e, non trovandolo, decisi di provare a scrivere la storia che avrei voluto leggere. L’ultima spinta me la diedero i fumetti di Sandman di Neil Gaiman, allora ancora inediti in Italia. Gaiman ha una capacità straordinaria nel servirsi del fantastico per affrontare in modo avvincente i Grandi Temi dell’esistenza: era lo sguardo che cercavo per affacciarmi sul mondo degli Invisibili.
Nei tuoi libri affronti anche problematiche sociali (l’interculturalità, la salvaguardia dell’ambiente, i rischi della manipolazione genetica, il bullismo, solo per citarne alcuni) quanto secondo te il lavoro di uno scrittore è collegato con la realtà che lo circonda? 

Credo lo sia sempre. Semplicemente, certe volte non è così evidente perché l’autore ricorre a metafore, come attraverso una storia fantasy. Ho l’impressione che più uno scrittore sia sensibile e attento alla realtà che lo circonda, più le sue storie avranno spessore e i suoi personaggi risulteranno credibili e coinvolgenti. Ritengo che una delle caratteristiche principali di un buon creatore di storie sia la compassione, intesa come la capacità di “partecipare” e condividere le emozioni altrui. Una caratteristica che certo non mancava, per esempio, ai nostri registi, sceneggiatori e interpreti della commedia all’italiana del Dopoguerra, capaci di creare personaggi esilaranti e commoventi al tempo stesso, o in scrittori come Giovanni Guareschi, il papà di Don Camillo. Se ci spostiamo nell’ambito dei fumetti, il primo autore che mi viene in mente è Segar, il creatore di Braccio di ferro… o Alan Moore, sceneggiatore di V for Vendetta e di Watchmen.

Gli invisibili oltre che in Italia sono stati pubblicati in Belgio, Cile, Francia, Germania, Olanda, Spagna, Polonia; e sono in via di pubblicazione in Russia, Ucraina e Ungheria. Secondo te il mercato editoriale estero è molto diverso da quello italiano? 

In questi paesi i primi titoli degli Invisibili sono apparsi da poco, perciò non mi sono ancora fatto un’idea precisa, ma in Francia e in Spagna ho ottenuto recensioni su quotidiani importanti, perciò ho l’impressione che là ci sia maggiore attenzione nei confronti dell’editoria per ragazzi. Sono impaziente di scoprire come i miei libri saranno accolti in Polonia, Russia e Ucraina e Ungheria, mercati editoriali a me sconosciuti!

Tra i molti “cattivi” delle tue storie qual è quello che ti ha affascinato di più?

È difficile rispondere a questa domanda… Per l’autore creare la figura dei “cattivi” può rappresentare un’ulteriore occasione per indagare su se stesso. Devono possedere sempre una componente di fascino ed esercitare su di lui un’attrazione come quando ci sporgiamo su un precipizio solo per sperimentare, al sicuro, l’attrazione dell’abisso. Riflettere aspetti di sé che l’autore cerca di tenere sotto controllo o che si augura non possiederà mai. Solo così potranno essere personaggi credibili ed esercitare a loro volta fascino sui lettori. Per questo motivo ho cercato di costruire sempre figure che mi affascinassero al massimo. Durante la stesura dell’ultimo libro, però, ho riscoperto aspetti del cattivo della prima storia, “Il segreto di Misty Bay”, sui quali mi piacerebbe avere la possibilità di indagare in futuro.

Ti va di parlarci del tuo ultimo libro pubblicato “Gli invisibili. La ragazza fantasma”?

Dopo tredici anni di avventure, sentivo il desiderio di mischiare un po’ le carte, di riportare i personaggi nel luogo della prima avventura in una sorta di ripartenza, augurandomi di trovare nuovi spunti che gettassero le basi di avventure future. In questo senso direi che si sia rivelata la strategia giusta.

Com'è nata l'idea per questa storia?

Cercavo una teoria scientifica (o parascientifica) che potesse permettermi di dare maggiore spessore e profondità al potere di Porta di Douglas, ovvero la sua capacità di aprire brecce interdimensionali. Mi sentivo incuriosito da quei racconti sulle esperienze fuori dal corpo, di premorte e sui sogni lucidi, nel corso delle quali l’anima (o la coscienza, a seconda di come preferiamo definire tale entità) sembra essere in grado di separarsi temporaneamente dal corpo. M’imbattei allora nell’ipotesi di Rupert Sheldrake sulla non località della coscienza, in base alla quale la coscienza non coincide col cervello, ma se ne serve come una sorta di ricetrasmittente per trarre da un campo d’informazione esterno, e comune per tutti gli esseri viventi che appartengono a quella specie, informazioni essenziali per la sopravvivenza della specie. Una sorta di spiegazione biofisica dell’inconscio collettivo di Jung. Ne rimasi affascinato e mi domandai: se è vero che la nostra coscienza abita solo momentaneamente un corpo fisico, nell’attesa di ricongiungersi dopo la morte con il campo d’informazione e proseguire il suo viaggio, questo potrebbe spiegare l’esistenza dei fantasmi: coscienze di persone morte che si smarriscono in questo percorso o semplicemente non vogliono accettare o non sanno di essere morti…


Si tratta di argomenti molto complessi, quanto ti sei documentato e come alterni il lavoro di documentazione a quello di scrittura?

A partire da “L’Enigma di Gaia”, le mie storie sono nate dal desiderio di trovare una metafora avventurosa su argomenti sui quali mi stavo già documentando, perciò non saprei dare un tempo al lavoro di documentazione… Parliamo di ricerche che conduco per anni e che, casualmente, possono convergere in una storia oppure no. Se poi trovo la metafora giusta, colgo l’occasione per approfondire le mie ricerche sugli argomenti che mi sembrano utili alla storia e mi piace molto cercare di farne una sintesi coerente da fare pronunciare a qualche studioso, come Luca Luce in “Acqua tagliente” e Frank Claremont in “La ragazza fantasma”.

Nel libro affronti dei temi delicati, come sei riuscito a raggiungere il giusto equilibrio pur mantenendo uno stile adatto anche a dei ragazzi?

Ti ringrazio per il complimento implicito… Mah, a scuola generalmente non prendevo voti alti e mi rendevo conto che molti miei compagni avevano più facilità di me nello studio. Forse dipendeva anche dal fatto che non riuscivo a provare interesse per le materie o a individuare qualcosa che le ricollegasse alla mia vita quotidiana, a una visione dell’esistenza più legata al mistero, o a ciò su cui mi piaceva fantasticare. Quando da adulto ho iniziato a tenere corsi d’informatica, i ricordi sulle mie difficoltà nell’apprendimento mi sono tornate utili. Mi piace ironizzare un po’ su di me, perciò mi sono abituato a pensare: “Se qualcosa la capisco io, allora posso farla capire a tutti!” Scoprii che preparare le lezioni mi appassionava perché trovavo esaltante consultare più manuali possibile sui software, alla ricerca dei modi più semplici per esprimere i concetti, e poi realizzavo delle dispense. Quando in classe mi sembrava di riconoscere in qualche studente il lampo della comprensione, per me erano momenti esaltanti, che mi compensavano di qualunque sforzo.
Evidentemente qualcosa di quel metodo è rimasto e mi accompagna oggi, quando scrivo le mie storie.
Le prime stesure di questi capitoli più “didascalici” contano sempre molte più pagine di quelle che verranno pubblicate. In questo senso il sito Internet mi è di grande utilità, perché riesco a sublimare le mie pulsioni da prof mancato nelle sezioni di approfondimento sugli argomenti affrontati nei romanzi.
Inoltre cerco di tenere sempre presente un principio che mi sono imposto: per quanti concetti profondi e appassionanti potresti esprimere nei tuoi libri, quello che alla fine interesserà davvero ai giovani lettori sarà “Ma quei due personaggi faranno la pace oppure no?”
Qual è la giornata tipo di uno scrittore?

La mia giornata si organizza in base alle passeggiate della nostra cagnona Shy. La portiamo fuori cinque volte al giorno, prevalentemente io perché trascorro più tempo in casa. Perciò alterno passeggiate, scrittura, un’ora per la lettura, un’ora tra risposte alle e-mail e Facebook. Poiché sono dispersivo, mi sono comprato una sveglia che tengo nello studio per scandire gli impegni e cerco il più possibile di rispettare la tabella di marcia.
Quando posso, mi allontano da Torino per rifugiarmi in montagna in una borgata semiabbandonata con Shy, dove non ho il televisore, Internet, telefono fisso e riesco a ritrovare silenzio e concentrazione. Là cerco di alternare scrittura ed escursioni.


Cosa ne pensi delle case editrici a pagamento?

Se devo essere sincero, nella mia breve esperienza con altri scrittori ed editor mi è sempre stato consigliato di non accettare proposte da case editrici che chiedono soldi. A ben pensarci è assurdo: il nostro è pur sempre un lavoro e sarebbe come chiedere soldi all'idraulico perché gli permettiamo di ripararci il rubinetto!
Semplificando, il punto è: più un editore ci paga, più investirà nel distribuire il nostro libro, in promozione ecc. ecc. per rientrare dei soldi spesi. Se siamo noi a pagare l’editore, perché dovrebbe spendere per cercare di vendere il libro? A quel punto lui ci ha già guadagnato!
Comunque, valuterei con attenzione il contratto: se i diritti restano a noi (e possiamo in qualsiasi momento ripubblicare il manoscritto con altri editori), ci viene garantito un buon editing e una distribuzione, allora si può considerare se ingoiare il rospo e rivolgersi altrove per il libro successivo.

Quali consigli daresti a uno scrittore esordiente?

Ho cercato di riportare le cose che mi pare di aver capito nella pagina del mio sito
In sintesi, per chi stia muovendo i primi passi nella scrittura, i consigli che mi sembrano più importanti sono di vivere, agire in prima persona per le cose in cui crediamo, conoscere più persone possibile, meglio se di cultura e provenienza diverse, viaggiare, imparare le lingue (l’inglese almeno), leggere, scrivere con il cuore e revisionare con il manuale di grammatica e il dizionario dei sinonimi e dei contrari sempre sulla scrivania. Consiglierei anche di dare un’occhiata a questo brano del film “Scoprendo Forrester” di di Gus Van Sant:  Il film non è certo un capolavoro, ma quella scena la racconto spesso nei miei incontri con le scuole. 
Per chi invece abbia appena pubblicato, attenzione a non incorrere in un equivoco comune, nel quale io stesso mi sono crogiolato a lungo. 
Ecco l’equivoco: l’editore farà del suo meglio per vendere il nostro libro.

NON È COSI’!

D’accordo, lo so a cosa state pensando: l’editore ha speso un mucchio di soldi nella revisione, nella grafica, nella stampa e ora non investe in un buon ufficio stampa e di marketing per vendere il libro? Sarebbe assurdo! 
E invece è proprio così. Io stesso non ho molto chiaro il perché, ma conosco ormai la maggior parte degli scrittori per ragazzi italiani, e molti scrittori per adulti. Il lamento è pressoché unanime: “Non hanno fatto niente per promuovere il mio libro!”La mia impressione è che l’editore consideri più vantaggioso investire nell’uscita di tanti titoli, piuttosto che nella promozione di uno solo. È chiaro che così facendo molti libri non venderanno, ma all’editore non importa, perché conta di guadagnare sulla quantità. Potrei sbagliarmi, ma, escludendo l’incompetenza o che il nostro editore faccia parte di un complotto volto a cancellarci dalla faccia della Terra, mi sembra l’unica spiegazione ragionevole.
Ovviamente, l’eccezione è sempre possibile: un editore medio/piccolo, non potendosi permettere di pubblicare troppi titoli, potrebbe investire di più sulla promozione di pochi titoli alla volta… 
La mia esperienza diretta è però legata a case editrici grandi.
Consideriamo perciò il nostro editore come poco più di una copisteria, utile per stampare il libro e distribuirlo in tutta Italia, e impratichiamoci il più possibile nell’autopromozione attraverso i social network e Internet in generale, con un’attenzione particolare ai SEO, misterioso acronimo, la cui comprensione è fondamentale per avere buona visibilità nel WEB.
Ricapitolando, per il nostro futuro di scrittori, pubblicare vuol dire poco. Molto più importante è che la gente sappia che i nostri libri esistono e come acquistarli!
Infine vedo con favore la diffusione degli e-book, che permettono a un autore esordiente di vendere direttamente i propri lavori senza il tramite di un editore, anche se consiglierei vivamente di affidarsi a qualche buon editor per revisionare il nostro testo. Sono convinto che l’editing sia indispensabile per un testo che aspiri a sembrare professionale.
Ora gli e-book sono ancora poco diffusi, ma se in futuro lo saranno di più, anche per gli editori diverrà evidente che perché un autore decida di affidarsi a loro, dovranno offrirgli davvero un ottimo ufficio stampa, di marketing, una buona distribuzione, maggiore attenzione e considerazione… Di conseguenza, come in tutti i rapporti a due, un maggiore equilibrio del potere non potrà che giovare a entrambi!

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