Laura Costantini

Salve Scribacchini, è un vero onore avere oggi con noi la giornalista e scrittrice Laura Costantini, andiamo subito a conoscerla meglio...


Il destino attende a Canyon Apache
Las Vegas Edizioni
328 pag. 15 euro


Ciao Laura, parlaci un po' del tuo rapporto con la scrittura...

Credo di dare una delusione ai molti che coltivano il mito dello scrittore macerato dal demone dell’ispirazione, ma io con la scrittura ho un rapporto sereno, gioioso e giocoso. Scrivo di getto, senza difficoltà. Questo non vuol dire che non rilegga e rielabori, ma il famoso blocco davanti al foglio bianco non so cosa sia. Probabile che a questo contribuisca il lavoro che faccio. Se uno scrittore può starsene meditabondo davanti alla tastiera anche per intere giornate, un giornalista ha sempre i minuti contati e non può certo coltivare ripensamenti e dubbi. La scrittura è il mio giardino segreto, il luogo dove posso ritirarmi e dimenticare il mondo, creare vite e contesti, immaginare una realtà diversa da quella che ci circonda. Non saprei vivere senza scrivere.

Scrivi da quando hai quattordici anni a quattro mani con Loredana Falcone, com'è nata questa collaborazione? È difficile conciliare le vostre idee?

La collaborazione è nata su un banco di scuola, con la scoperta di una passione comune e con la voglia di metterci in gioco. Il primo romanzo narrava di un’astronave lanciata nello spazio con un equipaggio formato dai nostri compagni di classe. Divenne un cult dove tutti sgomitavano per avere spazio e qualche “scena” in più. Da allora non ci siamo mai fermate e le volte in cui le idee non collimano sono veramente poche. In quel caso si media. Non dico che non capiti lo scontro, ma alla fine la soluzione adottata non è mai la sua o la mia. È la nostra.

Ormai non sei più una scrittrice esordiente, qual è il libro, tra i tanti che hai pubblicato, a cui sei più affezionata e perché?

I libri sono come figli, puoi dire di amarne uno più degli altri? A ciascuno sono affezionata per un motivo diverso. Potrei citare, per non far torto a nessuno, “Eibhlin non lo sa…”. Fu il primo manoscritto che sottoponemmo a una lettura esterna, il primo che ottenne pareri più che favorevoli. Era la storia di una giovane donna irlandese, non vedente, che in uno sperduto villaggio sulla baia di Kenmare aveva fama di essere una strega. Lo scontro tra la superstizione dei suoi compaesani e lo scetticismo di un gruppo di americani arrivati al seguito di una piattaforma petrolifera era lo sfondo per raccontare due diversi modi di concepire la vita. Quello di Eibhlin profondamente legato alla natura e alle tradizioni ancestrali, quello degli americani tutto votato al culto del successo e del dio denaro. Spero che un giorno possa essere ripubblicato, la vecchia edizione è ormai introvabile.

Con la Las Vegas edizioni hai pubblicato il libro “Il destino attende a Canyon Apache” un romanzo storico western, genere insolito di questi tempi, come mai questa scelta?

Noi amiamo la storia in tutte le sue manifestazioni e questo romanzo è, prima di tutto, un romanzo storico. Ambientato sulla pista per Santa Fé nel 1870, durante le ribellioni degli Jicarilla. In molti si sono stupiti della scelta del genere western e sono stati molti gli editori che ci hanno riso in faccia. Eppure i lettori apprezzavano. Lo abbiamo sperimentato pubblicando online il romanzo a puntate: migliaia di contatti e critiche entusiastiche. Io penso che il western sia l’epopea più vicina a noi, quella che ci permette di sognare tempi eroici senza arretrare troppo nei secoli. Lo dimostra il successo che i film del genere continuano a riscuotere. E l’apprezzamento che ci è stato testimoniato da tutti coloro che hanno letto il romanzo.

Il tuo lavoro di giornalista come influisce sulla tua scrittura?

L’ho anticipato prima: nell’immediatezza della scrittura. Poi c’è l’aspetto del quotidiano contatto con mille realtà diverse che mi consentono di calarmi in situazioni, personaggi e momenti i più diversi senza eccessive difficoltà. E, se qualcuno se lo sta chiedendo, credo di aver trasmesso questa capacità anche a Loredana che, non a caso, avrebbe voluto intraprendere la mia stessa carriera. Se non l’ha fatto è perché ha scelto di seguire i suoi figli da vicino e, com’è noto, difficilmente questo è possibile a una donna che lavora. Tanto più a una giornalista.

Hai avviato il Progetto Scrivere Donna, ce ne vuoi parlare?

Volentieri. Il progetto nasce dalla consapevolezza che, così come esiste nella società italiana di oggi, una questione femminile sia viva e presente anche nel mondo dell’editoria. Entrate in libreria, girate tra gli scaffali e, così a colpo d’occhio, cercate di quantificare quanti nomi di autori e quanti nomi di autrici. Vi accorgerete, soprattutto in ambito italiano, che sono molti di più gli autori. Poi concentratevi sulle persone che prendono volumi, vanno alla cassa e acquistano. Vi accorgerete che sono soprattutto donne. Gli uomini scrivono, le donne leggono? In realtà in Italia, dove i lettori cosiddetti forti sono una sparuta minoranza, le lettrici sono di più. Il dato curioso è che anche le scrittrici, o aspiranti tali, sarebbero di più. Ma a parte pochi esempi di estrema e a volte discutibile attualità, gli editori non cercano donne. Mi si dirà che l’editore cerca la storia efficace. Giustissimo. Ma poiché le maggiori frequentatrici dei cosiddetti corsi di scrittura creativa sono donne, per la legge dei grandi numeri, verrebbe da pensare che la maggior parte dei manoscritti che giungano alle case editrici siano firmati da donne. Eppure in catalogo gli uomini sono di più. Non solo. I lettori uomini spesso scelgono i libri in base a un pregiudizio: se l’ha scritto una donna, no. No, perché le donne scrivono rosa. No, perché le donne parlano di privato, famiglia, figli. No, perché gli uomini scrivono meglio. Ho ricevuto sul blog il commento di un lettore che afferma di apprezzare Rosa Matteucci perché, cito testualmente: vivaddio, non scrive da donna. È su questa variegata realtà che ho voluto innestare il Progetto Scrivere Donna. Vorrei che tante donne, tante scrittrici, possano raccontarci il loro modo di vivere la scrittura. E quindi la linea guida è intervistare donne che scrivono, alcune già affermate, altre esordienti. Ascoltare le loro voci, tutte animate dall'entusiasmo per l'avventura creativa e dalla grinta necessaria per conciliare ciò che a nessun uomo verrebbe mai chiesto di tenere in equilibrio costante: vita e sogno, panni da stirare e capitoli da finire, cene che rischiano di bruciare e personaggi che pretendono attenzione, successi in pubblico e sensi di colpa nel privato. Le interviste, tutte quelle già pubblicate, le trovate qui.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Continuare a scrivere, perché di storie da raccontare, io e Loredana, ne abbiamo ancora milioni. Spaziando tra i generi, senza mai lasciarci ghettizzare in questo o quell’altro ramo. Continuando a dare voce a personaggi femminili, perché le donne sono sempre al centro della nostra narrazione. E raggiungere quanti più lettori possibile. Non è una questione di successo personale o di guadagni (in Italia sono pochissimi gli scrittori che con i libri ci vivono e ci pagano le bollette). È che le storie vanno condivise, le emozioni vanno condivise. Ogni volta che un lettore ci scrive per ringraziarci, per dirci che ha bruciato la cena o fatto tardi a un appuntamento, per chiederci di scrivere in fretta un nuovo romanzo perché vuole leggerci ancora, la nostra scrittura trova uno scopo. Anzi, LO scopo. E se questo vuol dire, come ci è stato fatto osservare, che la nostra è solo narrativa di intrattenimento, senza punte di sperimentazione letteraria, lo accettiamo. È la stessa critica che, da anni, viene mossa a Stephen King. Uno che, intrattenendo, emozionando e spaventando, resterà negli annali della letteratura mondiale.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Brava socia!

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