Pee Gee Daniel "Gigi il bastardo (& le sue cinque morti)"

Salve Scribacchini, oggi abbiamo come ospite uno scrittore avvolto nel mistero, di lui infatti conosciamo solo lo pseudonimo Pee Geee Daniel, che ci parlerà del suo primo libro "Gigi il bastardo (& le sue cinque morti)".

Gigi il bastardo (& le sue cinque morti)
Montag Edizioni
248 pag. 18 euro


TRAMA:


Non si può dire che la vita di Gigi sia tranquilla. Soprattutto se il nostro eroe è alla ricerca della donna perduta, una sorta di via crucis al contrario dove, in una Torino da quartieri degradati e altri upperclass, l'incontro con un nano spacciatore, festicciole private, morti provocate o subite, il rapporto sessuale con una superobesa, agenzie matrimoniali, la devastazione di una droga dal nome Lizbona e perfino un rendez vous mistico-psichedelico con Dio, non potranno che condurlo verso un finale ben poco edificante, ma davvero indimenticabile.


BOOKTRAILER


Ciao Pee Gee parlaci di quando e come nasce la tua passione per la scrittura.
Se mi è permesso, vorrei rispondere a un tale quesito in termini prima generali e poi individuali. La passione per la narrazione, a livello storico o, ancor meglio, filogenetico, sgorga allorchè, tutti seduti intorno al fuoco della sera, il gruppo di cacciatori-raccoglitori nostri antenati sentì il bisogno culturale di dar voce, anima e documento imperituro alle proprie gesta quotidiane, ai sentimenti, alle osservazioni del mondo che naturalmente prendevano forma nei loro animi, affinchè nulla di quei preziosi elementi si disperdesse in una fame di vento come tanti irrilevanti nonnulla. È la necessità di perpetuare e infuturare la nostra particolare visione del vita a spingerci ad esprimerla attraverso la tradizione orale e, nei secoli successivi, la scrittura. Tanto vale per l'umanità, quanto per il singolo scrittore, che di quel consorzio umano si fa, nel suo piccolo, rappresentante e portavoce. Aut facere scribenda aut scribere legenda, sintetizzava Plinio. Io ho sempre scritto, sin dalla più tenera età. Il primo premio di poesia lo conseguii ai tempi del ginnasio. Perchè scrivo? Ho letto da qualche parte una frase di Baricco che suonava più o meno così: «Ho iniziato a scrivere quando mi sono accorto che il mondo non era abbastanza interessante per me». Ebbene, personalmente quel che mi ha da sempre spinto a scrivere è la ragione diametralmente opposta: l'amore quasi religioso che provo verso la vita, in qualunque sua forma, e dunque l'impellenza di reduplicarla/interpretarla su carta iuxta mea propria principia, ossia secondo il mio particolare punto di vista.

Come mai hai deciso di pubblicare sotto pseudonimo?
Non ho mai scritto per farmi bello davanti alla cerchia delle vecchie zie o dei conoscenti giù al bar né, tantomeno, allargando la prospettiva, per pavoneggiarmi in faccia a chi partecipasse alla presentazione di un mio libro. Quel che penso è che la cosa importante sia l'opera, più ancora che il nome dell'autore. E che quest'ultimo non debba far altro che fungere da puro collettore delle proprie opere. Nascondersi dietro un nom de plume serve a far arretrare la personalità di chi scrive e a porre in evidenza quanto invece ha scritto. Ho sempre ammirato scrittori come Thomas Pynchon, che si occulta dietro una cortina di assoluta oscurità, come un deus absconditus veterotestamentario, e lascia che siano i suoi romanzi a parlare per lui. Il migliore di tutti, in questo, fu l'Anonimo autore di Les liaisons dangereuses... Se poi mi si chiede da che cosa tragga ‘tecnicamente’ origine il mio pseudonimo, beh, PEE GEE è la grafia inglesizzata del nomignolo che da sempre mi accompagna, chiamandomi io, per sincerità d’anagrafe, Pierluigi, mentre DANIEL è un tributo al Jack Daniel’s, che tanta ispirazione mi diede (quando mi dovevo inventare un nome d’arte pensai: se esiste un Eros Ramazzotti e una Mia Martini, perché io non posso omaggiare il mio drink preferito?!)

Chi è Gigi, il protagonista del tuo libro, e perché viene definito “il bastardo”?
Gigi Strapiù è un giovane uomo sui 25-26 anni (quindi un tantino più grandicello di quanto non fossi io quando cominciai a scrivere il romanzo). È a-morale, è abietto, è senza scrupoli, è un tipo godereccio, è autodistruttivo, è costantemente fuori di testa, è privo della benché minima considerazione verso gli altri e verso se stesso: in una parola è divertentissimo. Un mio carissimo amico, leggendo le prime bozze, lo definì brillantemente ‘un Don Giovanni punk’. La storia del romanzo, che si identifica del resto con quella del suo protagonista eponimo, se schematizzata, è delle più semplici: il personaggio principale cerca la donna amata e perduta sinché, sul finale, non la ritrova. Sono i modi e gli accadimenti che caratterizzano la trama a sconvolgere, però, la semplicità dello schema. Innanzitutto perché, per riuscire a rintracciare Lisa, Gigi vivrà una serie di avventure, talune fantasmagoriche talaltre appartenenti al più crudo realismo, che esorbitano dalle tappe che, per consuetudine, segnerebbero la crescita umana e morale dell’eroe (tra sessualità promiscua e selvaggia, ricorso spasmodico a droghe e alcool, incontri ai limiti dell’allucinazione psicotica, etc). In secondo luogo perché, una volta recuperato l’amato bene, Gigi non sarà capace di una riconciliazione, che in un romanzo più convenzionale ci si potrebbe attendere, ma, messo di fronte alle proprie responsabilità, con un ultimo e atroce colpo di coda deciderà di vanificare ogni sforzo precedente per perseverare lungo la perversa strada che ha intrapreso (almeno sino alla definitiva nemesi che darà termine al suo scapestrato destino).
Per quanto riguarda l’appellativo ‘bastardo’, esso conserva qui il suo doppio ruolo semantico: ossia il significato derivato, che indica una persona corrotta, maligna, inumana o vendicativa e, secondariamente, il senso originale di figlio illegittimo, qui inteso di una società che lo ripudia e contro la quale il figliastro in questione compie una spietata rivoluzione privata e tutta personale. Non per nulla la citazione che ho scelto di porre a esergo del romanzo è «Now gods, stand up for us bastards!», adesso è ora, o déi, che parteggiate per noi bastardi!: cioè il grido di battaglia che pronuncia, all’interno di uno splendido monologo, il bastardo Edmund, quando si appresta a rovesciare con un colpo di mano il regno di Lear e le sue fossilizzate regole.

Tu definisci la tua opera una sorta di Bildungsröman come mai?
Il cosiddetto romanzo di formazione – è cosa nota – è una formula letteraria di cui felicemente si appropria e che promuove soprattutto il Romanticismo, anche se poi di altro non si tratta che della “borghesizzazione” dell’antico viaggio iniziatico dell’eroe già ben presente nell’epica classica e poi, via via, sotto varie forme, in tutte le seguenti epoche della storia della letteratura. La più parte degli scrittori sceglie di esordire, o quasi, proprio con questo nobile genere, approfittandone per trarne spunti autobiografici solitamente riferibili all’adolescenza (basti ricordare lo Stefaneroe e il suo rifacimento A portrait of the artist as a young man per J.Joyce, Morte a credito per Celine, I turbamenti del giovane Törless per Musil e via dicendo). Neppure io mi sono sottratto a questa regola, o convenzione, pur tentando al contempo di distanziarmene, almeno in una certa misura, annichilendo ogni autobiografismo attraverso la reinvenzione narrativa da un lato, ma essenzialmente poi rovesciando i termini stessi di un tale genere tramite la negazione al protagonista di qualsivoglia salvazione o costituzione morale conclusiva, così da ottenere come risultato finale quello che più che altro può semmai definirsi un romanzo di de-formazione.

Nel libro parli di esistenze borderline, la disperazione che si cela dietro matte risate, come mai questa scelta?
Credo che la regola venga meglio esplicata dalle sue eccezioni, e che meglio si possa comprendere una società se di essa si investigano, con mezzi di volta in volta umanistici oppure antropologici, più che il suo centro sclerotizzato e apparentemente rispondente alla normativa preposta, i suoi aspetti eccentrici, eslege e maggiormente refrattari ad essere inquadrati nell’organizzazione sociale, che proprio in virtù di questa loro fluidità e licenziosità assai più si prestano a mostrare e mettere in luce risvolti più selvaggi e impetuosi che sono poi quelli che in realtà, come una ridda di irrequieti spiriti animali, animano e minano alle basi, più o meno segretamente, l’intera assemblea umana: anche quelle frange di essa all’apparenza ben più disposte ad essere dominate e implotonate secondo gli imperativi categorici avanzati dagli organi del potere costituito.

È stato difficile trovare uno stile che ricalcasse la psiche dei personaggi?
È stato difficilissimo e molto, mooolto appagante. Il vero problema non è mai cosa dire, ma come dirlo. Ma è anche ciò che, prima di tutto, dovrebbe spingere a scrivere, ovvero a usare quella particolare tecnica espressiva anzichè altre forme artistiche, magari più immediate.
In questo caso mi serviva uno stile che si attagliasse come un glutine alle peripezie eterogenee e straordinarie come agli squilibri mentali che impegnano Gigi per l’intero corso del libro. L’ho trovato inventando una specie di pastiche linguistico composto di neologismi, slang, lallazioni infantili, strafalcioni, espressioni dotte o dialettali, in una mescola folle ed espressionistica che sapesse rendere al meglio il mondo sregolato - interiore ed esteriore - dei personaggi descritti.

Perché hai deciso di ambientare il tuo libro a Torino?
Potrei risponderti: «perché Torino è la città che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti», se fossi in vena di parafrasare un noto slogan di qualche tempo fa… Beh, Torino non è la città in cui sono cresciuto, ma è quella in cui sono nato, in cui ho lavorato, in cui mi sono laureato e in cui ho vissuto molte esperienze intense e ai limiti del poco plausibile, tra le quali la gran parte di quelle che, debitamente rielaborate, ho inserito poi in Gigi il bastardo (& le sue 5 morti). Ma al di là di questo, negli anni ho scelto il capoluogo cisalpino come teatro di quasi tutta la mia produzione letteraria, spesso magari idealizzandolo o trasfigurandolo alla bisogna. E questo perché Torino è una città meravigliosa, che dà infiniti spunti narrativi. È la vita brulicante sepolta al di sotto di una parvenza algida e imperturbabile. È imperversata dai più alti picchi di teatralità vittoriana e dal più incontrollabile forcing animalesco, che traveste con il clichè sabaudo di una conurbazione efficiente e priva di sbavatura. Torino non è una semplice città: Torino è tutto un mondo.

Cosa ne pensi dell'editoria a pagamento?
Su questo, come su qualsiasi altro argomento si debba discutere, è buona norma mantenere la mente elastica e considerare ogni aspetto della questione, come il fatto, ad esempio, che Moravia si autofinanziò il suo primo romano pur di vederlo pubblicato e che esso, con le sue 20mila copie vendute, sancì l’inizio della brillante (per quanto, per i miei gusti, antipatica) carriera dell’autore. Comunque sia va anche aggiunto che i tempi sono tutti diversi e che, in qualunque maniera la si voglia mettere, un editore che chiede contributi non è né più né meno che un tipografo che si spaccia per qualcuno che non è. La questione è molto semplice: lo scrittore dà il suo quando impiega le proprie risorse intellettuali nella produzione di un testo, l’editore è invece l’imprenditore che ci investe sopra in capitali, tempo e capacità promozionali. Punto! Mai mi fiderei di leggere un libro che neppure è riuscito a convincere chi lo stampa quel tanto da metterci lui i soldi… Mi è anche capitato, obbligato dalla conoscenza personale, di leggere qualche testo pubblicato a proprie spese e di solito si capisce subito perché l’artefice abbia dovuto pagare per la pubblicazione. Del resto è già tutto perfettamente dettagliato nel Pendolo di Focault, laddove Eco ritrae la figura di quel tale che si sente un genio incompreso in quanto incredibilmente nessuno sembra voler pubblicare il suo capolavoro “Quore e pasione”

Dov’è possibile reperire “Gigi il bastardo (& le sue 5 morti)”?
Conviene ordinarlo dalla rete, direttamente sul sito delle Edizioni Montag o cercandolo sui maggiori bookstore on line (ibs, bol.it, libreriauniversitaria.it, etc). Confrontate i prezzi!

Quali sono i tuoi progetti futuri?
A breve scadenza? Questo fine settimana vado a Roma per incontrare una nuova compagnia teatrale che vuole mettere in scena un copione comico da me scritto e nel giro di poco tempo una casa editrice romana è in procinto di dare alle stampe il mio secondo romanzo, dal titolo “Il politico”, che godrà di una diffusione libraria nazionale in piena regola… Stay tuned!

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