Enzo D'Andrea "Quel giorno, quando venne sera"

Salve Scribacchini, eccoci qui con una nuova e interessante intervista allo Scribacchino Enzo D'Andrea

Quel giorno, quando venne sera
Photocity Edizioni
101 pag. 8 euro


TRAMA:

Un terremoto visto come una punizione divina, una storia di amicizia tra un ragno e un ragazzino disabile, un Natale particolare, dove la tragedia imminente diviene di colpo un segno di speranza, una storia in cui si fanno i conti con il soprannaturale, sia esso dai risvolti tragici o ironici, al limite dell'assurdo. Infine, una storia creata dal nulla, come una sorta di sfida, partendo dalle lettere dell'alfabeto e senza la minima idea di dove si andrà a finire. Quando si libera la fantasia, tutto può succedere. L'importante è che ci sia una storia da raccontare e, soprattutto, qualcuno che abbia voglia di ascoltarla. Tutto il resto conta poco. Quasi nulla direi."


Ciao Enzo, parlaci un po' di te e della tua passione per il mondo della scrittura.

Ciao a tutti, ho 39 anni e sono un laureato in scienze geologiche, dottore di ricerca in scienze della terra e, soprattutto, grande appassionato di libri e musica. Abito ad Avigliano, un paese a pochi km da Potenza, dove lavoro. Divido la mia attività extra-lavorativa tra mia moglie, le mie splendide bambine e la passione per la lettura di libri e fumetti, la musica, lo sport e la scrittura.
Posseggo migliaia tra libri e fumetti, leggo ogni qual volta mi sia possibile e, quando l’ispirazione bussa alla mia porta, scrivo. Ho iniziato un paio di anni fa, scrivendo poesie (poi pubblicate tramite selfpublishing con il titolo Oceano di Sabbia), mosso da un tormento interiore conseguente alla morte di mia madre, cui ero molto legato. Ciò risvegliò probabilmente qualcosa che covava sotto la cenere da anni. In seguito mi sono cimentato nella scrittura di racconti e romanzi (attualmente sto terminando il terzo) e tutto è poi proceduto da solo, come un fiume in piena.

Hai da poco pubblicato una raccolta di racconti "Quel giorno, quando venne sera”. Qual è il filo conduttore dei sei racconti?

Non saprei dire con esattezza quale possa essere. Mi fido magari di chi li ha letti e mi ha riferito le proprie sensazioni. Trovo che molti vi abbiano riconosciuto la presenza di un’aura di soprannaturale, una sorta di mondo parallelo con il quale, volenti o nolenti, i miei personaggi debbono confrontarsi, in frangenti tragici o comici. E’ un po’ il mio modo di vedere il nostro mondo. Penso e ripenso a ciò che sarebbe con quel tocco in più che ci fa salire a un metro da terra, camminando sospesi in attesa dell’ignoto. E non è detto che le cose debbano per forza andare male…

So però che hai altri manoscritti nel cassetto, un romanzo in attesa di pubblicazione ad esempio, puoi svelarci qualcosa?

Come ho già anticipato, i manoscritti sono tre. Quello cui attualmente tengo di più si intitola “Le formiche di piombo”. E’ frutto di una ispirazione nata dal mio amore per gli anni settanta dello scorso secolo, nonché da un intenso e fascinoso lavoro di ricerca bibliografica. Il titolo appare enigmatico anche a me, ancor oggi, ma trovo comunque che calzi alla perfezione. Si tratta di un romanzo ambientato nella Torino degli anni ’70, quando il clima era cupo e oppressivo. Una storia di intrighi, in cui si intrecciano le vicende di giovani alla ricerca di se stessi in una società sbagliata. Il romanzo, nel quale ho voluto in tutti i modi che si “respirasse” aria degli anni ’70, è un misto di azione e sospetti, stati d’animo controversi come controversa fu quell’epoca. Alla fine diviene anche e soprattutto uno spunto riflessione sull’amore e l’amicizia, sulle guerre che lasciano solo vittime, mai veri vincitori, sull’utopia di una società più giusta e sul crollo degli ideali. Come in molta roba scritta da me, spesso sono presenti riferimenti e citazioni musicali.

Un altro tuo romanzo invece ha partecipato al prestigioso premio “La giara” indetto dalla Rai, che tipo di esperienza è stata?

Il romanzo in questione è “Il prossimo sole”, una storia ambientata in Basilicata, un sorta di on the road in alcuni luoghi caratteristici della mia regione. Una storia d’amore e d’amicizia, due temi spesso presenti in quanto scrivo, un viaggio nel viaggio, alla ricerca del vero significato di chi ci sta intorno. La cornice splendida dei paesaggi, che ho cercato di descrivere con fedeltà, mette in evidenza anche l’ultimo grande elemento del romanzo: l’amore per la propria terra.
L’esperienza del premio, sebbene non abbia avuto l’esito sperato, mi ha consentito di valutare criticamente quanto fatto sino ad allora e migliorare. Un altro bell’aspetto dell’esperienza è stato quello di condividere, soprattutto sul web, la passione e le ansie (molti l’hanno affrontata con pacatezza e ironia, devo dirlo) con molti partecipanti.

Secondo te è più difficile scrivere un racconto o un romanzo? Con quale di queste due forme letterarie ti senti più a tuo agio?

Secondo me non ci sono valori assoluti, e il trovarmi a mio agio dipende dall’ispirazione che mi spinge a scrivere. Di solito il racconto è impegnativo perché devi essere in sostanza perfetto, nel messaggio che lanci, nello stile e nelle misure giuste da utilizzare in ogni passaggio. Nel romanzo c’è più libertà, puoi divagare in modo talvolta scellerato, a patto di conservare la coerenza e di non far resuscitare alla fine personaggi che magari sono morti a pagina tre…

Quali sono i tuoi modelli come scrittore?

Ce ne sono molti, a dire il vero. Leggo in continuazione proprio per imparare trucchi e stili. Per l’ambientazione paesaggistica, senz’altro Cormac McCarthy; per l’introspezione, Jack London, Georges Simenon, ma anche altri che ora non mi vengono in mente. Mi piace molto Haruki Murakami per quel tocco speciale di onirico in tutti i suoi scritti. Poetico e da riscoprire è Giovanni Arpino. Maestri di stile per me sono anche Benni, Baricco, Hesse, Auster, Pirandello, Dostojevsky. Non disdegno neanche autori più “commerciali” come Camilleri, Stephen King e Sepulveda. Una curiosa scoperta recente è stata Amélie Nothomb mentre mi ha molto intrigato David Foster Wallace, un genio prematuramente scomparso. Ma ripeto, sono tanti e tanti gli ispiratori.

Qual è invece il genere nel quale ti riconosci meglio come scrittore e come lettore?

Non c’è un genere che mi attragga particolarmente. Di solito leggo molti generi. Quelli che davvero non mi attraggono sono il sentimentale e il fantasy (ad eccezione del Signore degli Anelli e qualche testo di Terry Brooks). Leggo poco i saggi, e solo quando l’argomento mi colpisce. Per il resto la grande letteratura a casa mia è sempre la benvenuta.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Un viaggio per aprire la mente, un libro per nutrirla, un’amicizia per farla crescere, un amore per perderla...” è una frase che scrissi tempo fa. Spero di continuare su questa strada, magari con un pizzico di fortuna in più. Potrebbe essere la giusta linfa per alimentare la passione per la scrittura, nell’attesa che qualcuno mi dia la giusta possibilità. Per ora resta soprattutto una passione.

Grazie per questa intervista.

Ciao e grazie a te dello spazio che mi hai concesso.

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