Buongiorno Scribacchini, ecco una nuova intervista, ospitiamo oggi sulle nostre pagine la Scribacchina Marisa Saccon con il suo libro "Le streghe di Dominique"
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Le streghe di Dominique Butterfly edizioni 276 pag. 14,50 euro |
Ciao Marisa, presentati al pubblico di Scribacchini per passione, com'è nata la tua passione per la scrittura?
La passione per la scrittura credo sia nata con la mia passione per la lettura. Sin da piccola un libro, un quaderno, un diario, un semplice foglio di giornale, hanno sempre rappresentato per me una specie di scrigno contenente infiniti tesori, poter aprire un libro rappresentava per me la possibilità di entrare in altre dimensioni, di viaggiare nel mondo, nella vita, nell’anima delle persone e questo mi permetteva (e mi permette) di allargare la mia vita, dal momento che non potrò mai allungarla.
Dalla lettura alla scrittura poi il passo è stato breve.
Com'è nato il tuo libro “Le streghe di Dominique”?
Il mio romanzo “Le streghe di Dominique” è nato 25 anni fa ed è stato poi riscritto e rieditato più volte nel corso degli anni. Il cambiamento radicale è stato nella forma (perché come scrittori si cresce a livello professionale) più che nella sostanza.
Le streghe di Dominique è un romanzo corale, un dipanarsi di storie che si incontrano le une con le altre, segnandosi a vicenda. E’ la storia di un gruppo di ragazzi di quartiere della periferia di Marsiglia nel dopoguerra, una storia di diseredati, di predestinati e segnati fin dalla nascita e, per contro, di altri esseri che si riscattano e che, nonostante siano pure essi segnati dalla nascita, riescono a mutare il proprio destino. Una realtà quindi a tratti squallida, a tratti ricchissima di umanità e sensibilità, a volte virtuosa a volte criminale fino al punto di tingersi di crimine e sangue, emarginazione e violenza impietosa.
Il tuo è un romanzo corale, è stato difficile raccontare le diverse vicende dei personaggi, facendole intrecciare tra loro?
Intrecciare le vicende di più personaggi richiede sempre un po’ di attenzione perché spesso si rischia di cadere in contraddizione quando i fatti narrati non collimano in maniera coerente tra di loro. La difficoltà maggiore comunque consiste nel definire il profilo psicologico di ogni personaggio e nel dargli quindi spessore, in modo che ognuno occupi un suo spazio e abbia un suo preciso senso nella storia corale.
Perché hai deciso di ambientarlo a Marsiglia?
Quella che ho raccontato è una storia universale per la quale mi serviva uno sfondo immaginario, uno scenario non invadente, in una città portuale non troppo caratterizzata (come Napoli, per esempio) dove tutto è possibile e immaginabile e dove poter sviluppare quella storia senza legarla troppo all’ambiente.
Si tratta quindi di una trasfigurazione quasi mitologica di un luogo ideale, emozionale, è una distanza psicologica più che geografica, è una distanza dell’anima: Rue Dominique non è quindi una strada, ma un percorso dell’anima, è un luogolontano che io ho conosciuto.
C'è un personaggio nel quale ti riconosci maggiormente?
Ne “Le streghe di Dominique” ho raccontato persone che ho conosciuto, persone nelle quali in parte mi sono riconosciuta, persone che non vorrei mai incontrare nella mia vita, persone che vorrei invece conoscere. In realtà ci sono alcuni personaggi ai quali mi sono affezionata più di altri (Estebanah, Omar e Pierre, per esempio).
Sebbene questo sia il tuo libro da oltre vent'anni scrivi per riviste nazionali femminili, raccontaci questa bella esperienza.
Le mie collaborazioni sono inziate con la Mondadori e la Universo nel 1992. E’ un lavoro che richiede impegno, passione, attenzione, ricerca, costanza, tanta umiltà e pazienza. A differenza di un romanzo dove posso lasciare andare a briglia sciolta la mia creatività e la mia fantasia, dove mi posso esprimere come meglio credo a tutto campo, scrivere per le riviste invece mi impone di seguire determinate regole, la collaborazione richiede una grande professionalità che consiste nell’offrire un prodotto adeguato che risponda alle esigenze di ogni redazione e che vada incontro a quelle del pubblico di lettori affezionati alla rivista.
Credo che la differenza sostanziale tra scrivere un romanzo e scrivere per una rivista stia nel fatto che mentre nel primo caso scrivi il mondo che vorresti, le persone che vorresti incontrare, la tua dimensione interiore, nel secondo caso sei osservatrice della realtà e testimoni il mondo che è.
A chi mi chiede comunque che lavoro faccio, di solito rispondo che sono un’impiegata della penna.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Per il futuro vorrei continuare a scrivere, a misurarmi su altri terreni di scrittura, vorrei dedicarmi alla ricerca, alla fotografia, ai miei studi, vorrei riuscire a pubblicare il mio romanzo all’estero, (in Francia) perché qui in Italia il panorama editoriale è desolante, i lettori sono pochi, la fatica di farsi conoscere è tanta.
Ah, dimenticavo, vorrei iniziare a studiare seriamente l’inglese perché non l’ho mai studiato a scuola e siccome me lo trovo ovunque, sto cominciando a detestarlo.
Purtroppo sono stata costretta da una serie di circostanze a studiare francese e tedesco. Alle medie, essendoci un esubero di iscritti alla lingua inglese, sono stata sorteggiata per passare alla classe di francese. Alle superiori essendoci un esubero di richieste di iscrizione alla lingua inglese, sono stata sorteggiata e sono passata alla classe di tedesco. Credo che in entrambe le occasioni si sia trattato di Fattore C perché poi il mio nome non è stato più sorteggiato da nessuna parte, manco come premio di consolazione nella lotteria di beneficienza del paese.
Comunque non demordo. L’inglese si può imparare a qualsiasi età… o no?